11 Agosto 2022

Magazzino 18 – frammenti di vite lasciate alle spalle

Finalmente.

Dopo lo spettacolo di Simone Cristicchi al Teatro Rossetti di Trieste, con quella scenografia ispirata dalle centinaia, forse migliaia, di sedie accatastate…

Dopo i tanti album fotografici sfogliati, tra i quali anche quelli di famiglia…

Finalmente, ho visitato il Magazzino 18.
O, sarebbe meglio dire, il nuovo Magazzino 18, riaperto al pubblico presso il Magazzino 26 del Porto Vecchio di Trieste.

Per comprendere come le masserizie siano giunte presso quello stabile, ripercorrerò brevemente la loro storia.

Come ci ha raccontato la nostra giovane guida, la dott.ssa Giovanna Penna, quell’agglomerato di mobili, libri, strumenti e innumerevoli oggetti della vita quotidiana, era originariamente depositato presso altri magazzini limitrofi il 18, tra cui il magazzino 22, successivamente demolito, prima di essere trasferito dapprima al magazzino 26 e infine al magazzino 18.

L’ultimo appello pubblico rivolto ai proprietari delle masserizie, affinché provvedessero al loro ritiro, risale al 1978, a seguito del quale esse furono giuridicamente qualificate dallo Stato Italiano come “res derelictae”, ovvero beni mobili abbandonati, quindi “cose di nessuno”.

D’altronde, com’è facile immaginare, dopo essere usciti dai C.R.P. (Centri di Raccolta Profughi) e aver iniziato una nuova vita altrove, molti degli esuli istriani rinunciarono a recuperare ciò che avevano portato con loro durante quel viaggio di sola andata, forse anche soltanto per lasciarsi alle spalle uno spiacevole ricordo.

Tuttavia, quei mobili, quegli oggetti, per quanto umili e talvolta di scarso valore economico, erano colmi di valore culturale e storico: rappresentavano la prova tangibile di ciò che era accaduto pochi decenni prima sul confine orientale italiano.

Pertanto, nel 1988, la Prefettura di Trieste decise di assegnare le masserizie all’Istituto Regionale per la Cultura Istriano – fiumano – dalmata.

Da allora, attraverso l’infaticabile lavoro delle squadre composte da soli volontari, l’I.R.C.I. ha cercato di preservare quel patrimonio storico, il quale costituisce la testimonianza materiale dell’esodo istriano.

Purtroppo, nei numerosi trasferimenti, nonché a causa di un incendio scoppiato all’interno dei magazzini 21 e 22 dove stavano in origine le masserizie, parte di quel patrimonio è andato perduto e ciò che ora viene esposto all’interno del Magazzino 26 rappresenta circa un terzo del complesso iniziale.

La visita inizia in una stanza molto ampia, dove si intravedono già parte delle masserizie.

Lungo la parete sinistra, si nota un’esposizione di attrezzi agricoli, appoggiati su una base di terra rossa, ovvero il colore tipico della terra istriana, dovuto all’alta presenza di bauxite.

Al centro, a dividere noi ospiti dalle guide, vi è un plastico riproducente la cittadina di Umago, una delle tante località balneari site lungo la penisola.

La dott.ssa Penna comincia ad esporre il racconto dell’esodo e parte, come spesso accade in questi casi, dalla data dell’8 settembre 1943, nota ai più come “l’Armistizio di Badoglio”.

Quella notizia, che venne accolta dalla maggior parte della popolazione italiana con grande gioia, viceversa rappresentò per la popolazione del confine orientale l’inizio di una storia tragica.

Nel suo racconto, la dott.ssa Penna si alterna con la testimonianza della sig.ra Fiore Filippaz, esule istriana che ha vissuto per oltre dodici anni all’interno del C.R.P. di Padriciano (sito a Trieste), dopo aver lasciato la propria casa, insieme ai suoi familiari, negli Anni ’50.

I dettagli della sua narrazione sono crudi, colmi di storie che raccontano la difficile vita all’interno di quei centri di raccolta profughi e, talvolta, sono anche storie di morte.

Fiore (come lei si è voluta gentilmente presentare a noi) ha vissuto l’intera infanzia e parte della sua adolescenza a Padriciano, dove la sua famiglia, come molte altre, era racchiusa all’interno di un “box” in legno, della larghezza di quattro metri per cinque, con sopra la testa soltanto un tetto di amianto.

Era molto difficile sopravvivere agli inverni più freddi all’interno di quei centri, privi di qualunque forma di riscaldamento e dove non sempre tutti i componenti di un nucleo famigliare rimanevano uniti.

Poteva capitare che una famiglia, giunta alla frontiera di Trieste, fosse divisa, anche a causa della scarsa disponibilità di letti, e che alcuni membri finissero per essere distaccati presso altri centri di raccolta, dove restavano soli o venivano accolti dalle altre famiglie ivi presenti.

Alle difficoltà fisiche (nel mangiare, si alternavano a sedere sull’unica sedia presente all’interno della stanza), materiali ed economiche (i bambini, per studiare, utilizzavano libri in comodato, passandoli di famiglia in famiglia) si aggiungevano le difficoltà psicologiche.

Soprattutto le persone più anziane, dopo aver lasciato alle spalle la propria casa, il proprio lavoro, insieme a tutto ciò che erano riusciti a costruire con fatica nella loro terra d’origine, non riuscivano ad accettare di dover trascorrere gli ultimi anni della loro vita all’interno di quei centri e alcuni di loro, ahimè, si lasciavano vincere dalla disperazione.

Era una fine lenta, straziante, alla quale i familiari inermi erano costretti ad assistere, senza poter fare nulla: era un pasto che non volevano più mangiare, un letto a castello dal quale non volevano più scendere.

Dopo esserci spostati dalla stanza iniziale, la dott.ssa Penna comincia a spiegare il significato e le storie che vi sono dietro gli oggetti esposti nelle varie stanze (rispetto ai quali, vi rimando all’album fotografico che abbiamo pubblicato nella nostra pagina Facebook ufficiale, cliccate QUI per visionarlo), sempre alternandosi con le testimonianze di Fiore.

Non ripoterò tutto ciò che ci è stato narrato, per due semplici motivi:

  • il primo, più ovvio, è quello per il quale questo articolo richiederebbe forse una decina di pagine per contenere tutto ciò che varrebbe la pena di raccontare;
  • il secondo, più intimo e personale, riguarda il rispetto che voglio riconoscere alle guide della nostra visita e porta con sé la speranza che, leggendo queste prime righe, riportando solo parte delle loro testimonianze, tutti voi siate invogliati ad andare a visitare il museo del Magazzino 18.

Mancano molte cose, come la vita dopo e al di fuori dei centri di raccolta profughi, la vicenda del dott. Micheletti e della strage di Vergarolla, le storie del muro dei volti senza un nome o delle fotografie riprodotte ai lati di quei cubi, posti tra il muro degli specchi e le bacheche con i nomi delle vittime delle foibe.

Andatele ad ascoltare.

Riporto soltanto un aneddoto personale: quando ho notato, nella sezione libri, la presenza di alcuni manuali di diritto e una raccolta giurisprudenziale del 1932, non ho potuto fare a meno di pensare a colui o colei che non posso ancora definire come “collega” (per chi non lo sapesse, sono praticante avvocato) che, nel lasciare il proprio studio legale, scelse di portare con sé quei libri sui quali aveva speso il sudore della ricerca, della scrittura, dell’annotazione di quelle “massime”, da citare in un atto giudiziario.

Concludo ringraziando personalmente la dott.ssa Penna e la sig.ra Filippaz.

La prima per l’evidente entusiasmo e la passione con la quale ci ha narrato la storia dell’esodo istriano, dettati anche, come lei poi ci ha riferito, dal fatto di essere nipote di esuli.

La seconda per il grande coraggio, di certo non comune, con il quale ha voluto condividere con noi parte della sua vita.

Un saluto a tutti voi, un arrivederci al nostro prossimo articolo.

Lodovico Conte

Ruolo: VICE-COORDINATORE DI LATUS ANNIAE
Nato a Latisana il 10 Luglio 1987, dove tuttora risiedo. Dopo aver conseguito la maturità scientifica presso il Liceo "Ettore Leonida Martin" di Latisana, mi sono iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Trieste. Ho pertanto conseguito la Laurea Magistrale, discutendo una tesi in Diritto Penale, avente ad oggetto il Traffico di Influenze Illecite. Attualmente sono iscritto al Registro dei Praticanti presso l'Ordine degli Avvocati di Pordenone e sto svolgendo il tirocinio forense presso uno studio di Portogruaro. Nel Gennaio del 2022 vengo nominato membro della Commissione Urbanistica del Comune di Latisana. Ho deciso di intraprendere questo percorso all'interno di Latus Anniae perché credo nell'importanza della partecipazione attiva. Essa ha un valore inestimabile, perché arricchisce la tua persona attraverso gli altri.

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